Uno stile quasi trash per il Keoma di Castellari, 1976, quando Franco Nero si sostituisce a Jim Morrison per liberare un paese sfruttato da mercenari fuorilegge

Scacco e poi Matto!

Uno stile quasi trash per il Keoma di Castellari, 1976, quando Franco Nero si sostituisce a Jim Morrison per liberare un paese sfruttato da mercenari fuorilegge

Ottobre 15, 2020 western 0


Nel 1976 i film western dopo l’epopea Leone Sergio iniziano secondo alcuni critici la loro parabola discendente. Keoma di Enzo Castellari dalla durata di 105 minuti, si porrebbe come un film di nicchia. Certo visto che nel 1975 hai fatto una mezza sciocchezza con Cipolla Cult mescolando anche i generi della comunicazione visiva alla Tarantino (forse aveva visto nel futuro bastardi senza gloria?), con animali che parlano e testi che danzano sulle immagini, si era certamente messo nella condizione di non avere un vasto pubblico. Ma Keoma lo riscatta anche se il badget è fortunatamente più dimesso rispetto alle grandi avventure americane con Wayne sempre ricoperto di un aurea luccicante. Qui l’aspetto di Franco Nero che interpreta il mezzosangue che una volta ritornato al paesello dopo la guerra trova la regione devastata da un gruppo di fuorilegge che spadroneggiano, non è oro ma casomai bronzo dimesso per non dire altro di censurabile. Qualcuno non ha apprezzato il modello figlio dei fiori come look e abbigliamento (capelli sporchi lunghi e pantaloni a zampa di elefante non certo per seguire le mode, ma per necessità) ma certo é che per chi non ama l’ironia troppo teatrale e infantile nei western, qui il voto da elargire deve essere generoso. I personaggi sembrano davvero soffrire sul vento tagliente di sottofondo che muove la sabbia di un gelido deserto e i prepotenti sembrano bastardi veri, che non hanno pietà di nessuno, nemmeno di donne incinte che etichettano a torto come appestate. Keoma che arriva in paese sempre accompagnato con una misteriosa donna con un carretto (allegoria della morte, figura in stile giocatore di scacchi nel settimo sigillo di Bergman) si imbatte in questa donna che salva temporaneamente dalle miniere dove vengono relegate le persone malate portate vie dal paese (a cui non si vogliono dare le medicine) per portarla in un saloon dove con la forza le fa assegnare una camera. E poi ci sono i feedback dei suoi tre fratelli che da piccoli lo pestavano e facevano bullismo con il suo mezzosangue indiano. Ma Keoma ha dalla sua una pistola molto veloce, che fa coppia con quella del padre che presto prenderà a cuore il suo destino ma anche quello della cittadina da liberare. Qui si forma un piccolo gruppetto di amici tra cui anche un simpatico pistolero di colore che subisce all’ iinizio le angherie dei bruti senza fiatare che spazzeranno via il marciume della città. Alcune idee della trama ricordano un pò il famoso Chisum degli anni settanta (soprattutto quella del latifondista ufficiale dell’ esercito che quando non riesce ad allargare i suoi territori con le buone lo fa con la violenza) e certo lo spettatore si infiammerà perchè lotterà con l’intestino a favore dei deboli che non hanno altro destino essendo in minoranza, che quello di essere schiacciati. Ma Keoma ci sa fare con la pistola e anche se sembra un disperato muto senza parola ma molto attivo nell’ area dei ricordi e delle ingiustizie subite durante l’infanzia, sposerà la sua missione in stile look Morrison dei doors: spegnere tutte le candele avvelenate, tanto per riprendere una battuta presente sulla sceneggiatura di Chisum. Allora come al solito i pochi tireranno fuori una prestazione magistrale che libereranno il paese, consentiranno al dottore di portare da fuori le medicine tanto agognate e ridare una parvenza di giustizia all’ indotto, se non fosse però per i tre fratelli di Keoma, tre bianchi puri che vogliono sostituirsi al latifondista ucciso dal giovane fratellastro. Ma anche loro in un duello finale in cui comparirà la consueta donnina con il carretto che farà partorire la donna salvata incinta prima che muoia di stenti, trovano la pace eterna orizzontalizzante dispensata dalla pistola fumante di Keoma, liberando definitivamente ogni angolo di sporcizia accumulata nel tempo. Film anticonvenzionale, quasi di nicchia. Certamente si percepisce non la solita gioia del western alla Wayne fatta di esileranti battute e colonne sonore disneyane ma l’insopportabilità di viviere che si sposa a quella di dover andare tutto, quasi trascinandosi. Voto alto quindi, sette, anche perché lo sconosciuto Castellari (per me) riesce a imprimere uno stile personale che si nota nei suoi toni dimessi, espressi da location fantasma e aree di azione molto circoscritte, dove appunto lo spettatore non somatizza la brillante patina fotografica presenti sulla celluloide americana.