Sentieri selvaggi di John Ford: una pallottola che non manca il bersaglio

Scacco e poi Matto!

Sentieri selvaggi di John Ford: una pallottola che non manca il bersaglio

Settembre 29, 2020 western 0

Tanti ambiziosi pionieri hanno accettato la sfida, quella di conquistare la loro felicità e la loro terra in mezzo a desolati spazi desertici dove il vento soffia tra i canyon e si insinua subdolo tra i cactus minacciando l’incolumità delle persone con il niente che li circonda. Quando la guerra il confederato Ethan impersonato da un immortale Wayne il cui nome coincide con quello del regista John Ford in un sodalizio vincente, torna a vivere nelle sue tenute di origine ma presto la serenità della famiglia che lo ospita subirà uno scacco mortale da parte degli indiani Comanches che non si fanno scrupoli motivati dalla vendetta e da vecchi rancori a riempire le loro cinture di scalpi freschi e prestigiosi. La casa che ospita Ethan viene messa a fuoco e tutti vengono uccisi tranne le figure femminili rapite dagli indiani. Ethan che conosce bene e parla la lingua di “quella brutta razza” si mette sulle tracce dei rapitori accompagnato da un giovane mezzo sangue allevato dalla famiglia deturpata. E’ l’inizio di una ossessione senza fine che amplifica le tragedie e la caccia dei due, una delle ragazze (la più grande) è stata uccisa e rimane da salvare solo la piccola nipotina di Ethan e ci sono solo labili indizi. L’odio di Ethan per i Comanches traspare più volte tanto che il giovane che lo accompagna teme che possa fare del male alla sorella nel caso che venga ormai trovata infetta e contaminata dalla cultura dei rapitori. Nel western di Ford le case in fiamme e il fumo della morte che ne fuoriesce fa coppia con alleggerimenti che cercano di tenere incollato lo spettatore, espedienti come quello di inserire nella narrazione personaggi buffi e stravaganti che si pongono come elementi di rottura alternativi alle chiavi di lettura della guerra scaturita da due mentalità inconciliabili e gag esileranti legate alle sorti sentimentali del giovane accompagnatore di Ethan che si vede spesso coinvolto in situazioni ambigue e divertenti legati a un matrimonio per lui inevitabile, la cui tappa finale non gli dispiacerà affatto una volta rientrato dalle sue cupe missioni di ricerca. E la musica? In quegli anni cinquanta una colonna sonora abilmente montata era in grado di parlare da sola anche senza dare voce ai personaggi, come testimonia un film famoso come la spia con Ray Milland super a impersonare un personaggio da cinema muto ma in un contesto di guerra fredda. Qui è lo stesso, se la musica viene scomodata nel montaggio e i dialoghi interrotti, il suono diventa sintomatico di una esplosione emotiva che sta per irrompere per modificare ineluttabile gli eventi. Alla fine l’orco capo comanches ovviamente verrà sconfitto dopo una fuga e rincorsa reciproca durata per tutto il film e la piccola contaminata potrà rientrare a casa in bilico tra due mondi difficile da armonizzare. In questo film tutto è solenne e tende al mitico ma questa è una caratteristica del western come genere cinematografico, una magia che Ford riesce a materializzare dal nulla come un prestigiatore. Spari, cavalli, canti assassini e bisonti, immensi spazi da riempire con inseguimenti sanguinari. E’ il biglietto da visita del regista che cavalca la tigre per regalarci un turbillion di emozioni in cui sempre succede qualcosa e non si sta mai fermi. Voto sei e mezzo perchè il test di positività è legato al fatto che se guardi il film datato 1953 non puoi fare altro, il che rivela che la grande macchinazione illusoria perpretata dal regista ha funzionato!