Il Grinta di Hathaway 1969 con Wayne vincitore di Oscar e Golden Globe: ovvero quando un film leggendario ti costringe a ritirare la maglia numero 6 del Milan o la numero 4 dell’ Inter!

Scacco e poi Matto!

Il Grinta di Hathaway 1969 con Wayne vincitore di Oscar e Golden Globe: ovvero quando un film leggendario ti costringe a ritirare la maglia numero 6 del Milan o la numero 4 dell’ Inter!

Ottobre 8, 2020 western 0

Dopo esserci cimentati con la visione pressochè sconosciuta da parte di un genere che si é dimostrato subito roboante, con molti titoli a supporto come humus di base, ecco arrivare il primo otto dopo una serie di sufficienze abbondandi riuscite, con un film del 1969 diretto da Henry Hathaway della durata di più di due ore: IL GRINTA o TRUE GRIT, tratto da uno scritto a puntate dell’ anno precedente di Charles Portis pubblicato sulla rivista The Saturday Evening Post. Questa volta a fine carriera arriva la consacrazione definitiva per John Wayne che grazie alla mirabile interpretazione, nella quale confessò all’ inizio di non sapere quali pesci pigliare, di non sapere come comportarsi come stile di recitazione con quella fastidiosa benda monoculare che il regista dovette rendere trasparente per attenuare la sensazione di disagio, conquistò le sue sacrosante statueTte con l’oscar e il golden globe negli anni a venire. La pellicola ha attivato un sano circolo vizioso di profitti, perché il remake dei fratelli Coen del 2010 con la stessa trama, che riprendeva ulteriormente un lungometraggio di Stuart Millar nel 1975 questa volta con la Hepburn protagonista al posto della esplosiva Kim Darby che si trovò a disagio con Hathaway, divenne una pietra miliare nell’ era moderna per gli affezionati di genere grazie alle mirabili interpretazioni di Damon e Bridges. La trama è semplice nella sua essenza: una giovane ragazzina cocciuta che si vede il padre assassinato non vuole consentire al suo aggressore di farla franca e per questo ingaggia un cacciatore di taglie federale assiduo bevitore e un pò in carne che però ha fama di non fallire un colpo. Inizia così una caccia all’ uomo tutta centrata sull’ insopportabilità di Wayne per la fanciulla che vuole far parte ad ogni costo della spedizione e che si dimostrerà una inesauribile fonte di stress per i due uomini preposti alla cattura del fuorilegge in questione, a causa della sua lingua tagliente e alla sua capacità di obiettare con risolutezza e determinazione. Alla fine come diranno i due nel film vinti ed esasperati, la fanciulla si è meritata il diritto di far parte dell’ ultimo miglio per vedere l’epilogo della storia e si è conquistata di diritto sul campo di indossare “gli speroni di rito”. Qualcuno ha detto che siamo di fronte a una atmosfera disneyana, un pò sentimentale a sottolineare il rapporto affettivo quasi tra padre sostitutivo e figlia tra i due che scorre dietro gli insulti di rito, nel senso che il film racconta questa favola oscura tra un veterano avvezzo all’ uso di pistole fumanti e una ragazzina animata da un profondo senso di giustizia che nel west stona con le regole anarchiche fai da te usate per veicolare al meglio convenienze del caso e istinto di sopravvivenza. Eppure la fanciulla riuscirà con mille espedienti e vocalizi striduli da ragazzina epilettica a far sentire la sua voce persuasiva da perfetta coach moderna, costringendo i due a portare l’impresa a compimento fino alle sue estreme conseguenze. Anche se il film conserva come trama un comune denominatore con i sequel voluti a grandi richiesta da un pubblico di affecionados, ci sono delle differenze sostanziali tra le visioni dei registi nelle successive versioni, di cui una più simile a un racconto a puntate (quella del 1975). Con i fratelli Coen negli anni duemila la magia viene fissata e conservata in un vetrino definitvamente, ma senza le conturbanti esplosioni della coppia Eayne/Darby del 1969 non sarebbe mai scaturita nessuna poesia in divenire. Come per la maglia numero sei del Milan legata a Baresi o quella numero quattro dell’ Inter legata a Zanetti, questo film ha un sapore suo particolare che non può essere mescolato alle altre creazioni di genere, pertanto si merita con tutti gli attributi del caso un VOTO OTTO da ritiro di maglia quindi, che ri-consacra il genere western a una dimensione epica, totale, definitiva in cui tutto diviene solenne, a partire dalle location bellissime di una fotografia curata in ogni dettaglio, fino ad arrivare a battute scolpite nella pietra con testi valorizzati con maestria da attori perfettamente calati nel ruolo.