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Excalibur - John Boorman


Gran Bretagna 1981 - voto 9.5


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Il piccolo Artu' e' sottratto ancora in fasce alla madre dal Mago Merlino per essere preparato alla grande impresa di estrarre Excalibur, la spada magica, dalla roccia. Artu' ci riesce e viene proclamato re. Cinema di grande spettacolo che attinge al ciclo delle leggende medievali bretoni, in particolare al romanzo cavalleresco La morte Darthur (Storia di Artu' e dei suoi cavalieri, 1469-85) di Thomas Malory, adattato da Rospo Pallemberg con l'irlandese J. Boorman. Girato in Irlanda. Musiche del sudafricano Trevor Jones, impasto di canti corali medievali, interventi al sintetizzatore elettronico con citazioni di Wagner e Orff



Enrico V - Kenneth Branagh


Gran Bretagna 1989 - voto 9


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Di costo medio-basso (6 milioni di dollari, pochi rispetto alla materia e al film di Olivier), segna il brillante esordio nella regia cinematografica del 28enne Branagh che aveva gia' messo in scena con successo il dramma con la Royal Shakespeare Company. Meno epico, piu' scuro e spiccio del film precedente, ha un' alacre semplicita' e una schietta ruvidezza che dovrebbero piacere ai giovani, e nella rappresentazione della guerra (fango, pioggia, stanchezza, massacro) una lucidita' cattiva cui, pero', non corrisponde una forma innovativa. Almeno due o tre belle pagine di cinema. Nell'edizione italiana Branagh ha la voce di Tonino Accolla da paragonare a quella di Gino Cervi per Olivier.



Il settimo sigillo - Ingmar Bergman


Svezia 1956 - voto 9


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In compagnia di uno scettico e pragmatico scudiero (G. Bjornstrand), il cavaliere Antonius Blok (M. von Sydow) torna dalle Crociate, tormentato dai dubbi, si trova in un paese dove imperversano la peste e il fanatismo e incontra la Morte (B. Ekerot) che lo sfida a scacchi. Una famiglia di saltimbanchi gli fa tornare la fiducia. E', in definitiva, un'allegoria scandinava sull'uomo in cerca di Dio con la morte come unica certezza. Come negli spettacoli medievali, il tragico convive con il comico. Ispirato a Pittura su legno, atto unico dello stesso Bergman, fu girato a basso costo in 35 giorni interamente in studio. Non privo di pecche ne' di negligenze, non zoppica da nessuna parte ed elabora il suo tema con desiderio e passione: "e' una delle ultime espressioni di fede, delle idee che avevo ereditato da mio padre e che portavo con me fin dall'infanzia" (I. Bergman). Anche percio', forse, "attraverso' il mondo come un incendio".



Le ali della liberta' - Frank Darabont


USA 1994 - voto 9


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Dal racconto Rita Hayworth and the Shawshank Redemption di Stephen King (nel volume Stagioni diverse). Nel 1946 bancario, condannato per l'uccisione della moglie e del suo amante, e' inviato al carcere di Shawshank. L'amicizia con un ergastolano nero e la competenza fiscale lo aiutano a sopravvivere fino alla rivalsa finale. E' il pi? intelligente e sottovalutato dramma carcerario in linea con la migliore tradizione hollywoodiana (claustrofobico, violento, garantista, liberale) con 2 novita': il tema della durata (il tempo che passa) e i connotati sociali del protagonista, direttore di banca, vittima di un errore giudiziario. Le mozartiane Nozze di Figaro in una sequenza d'antologia di un film dove il rispetto delle convenzioni assume le cadenze serene e rasserenanti del cinema classico, impregnato di un generoso umanesimo. Esordio registico dello sceneggiatore F. Darabont (La Mosca 2, Frankenstein di Mary Shelley).



Taxi Driver - Martin Scorsese


USA 1976 - voto 9


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Psicodramma intimistico, spaccato del lato oscuro degli anni '70, vivido ritratto della decadenza americana post-Vietnam: Scorsese filtra Schrader, soggettista e sceneggiatore, e il risultato e' un pilastro della storia del cinema moderno. New York: Travis Bickle, veterano del Vietnam in congedo, soffre d'insonnia e decide di impegnare le proprie notti facendo il tassista. Completamente disadattato ma idealista alla ricerca di uno scopo, l'uomo si invaghira' di una ragazza e le chiedera' di uscire. Quando le cose tra i due andranno storte, Travis, definitivamente disilluso riguardo la societa', si chiudera' in se stesso. Comincera' cosi' per il tassista una claustrofobica discesa nel baratro della solitudine, in bilico sui margini della sanit? mentale. Scorsese accompagna lucide ricostruzioni contestuali a ritmi ipnotici, dando vita ad alchimie capaci di avvolgere lo spettatore. Il senso di vuoto, di distanza, che permea la vita del protagonista e' trasmesso con efficacia da ambienti e situazioni presentate; ogni inquadratura e' coerente, a creare un tutt'uno coeso, uniforme nel dare spessore vivo alle atmosfere. La solitudine e' ovunque nella jungla urbana, ma per Travis diventera' una vera e propria vocazione, elemento scatenante di un disturbo mentale latente; lo straniamento del protagonista arrivera' ad essere totale e lo stato di primordiale liberta', cosi' acquisito, liberera' le pulsioni represse in una esplosione di violenza. Il genio e' nel paradosso: dopo tortuose deviazioni, i binari della psiche porteranno ad esiti anomali ma riconducibili ad un estremo ideale di giustizia, impossibile da raggiungere per qualsiasi individuo "normale". Le confuse luci di New York filtrate da un parabrezza bagnato, fumose atmosfere dai sapori jazz: su inquietanti interrogativi, apertura e chiusura si ricongiungono, a serrare il cerchio tracciato da Scorsese. L'opera, presente come poche nella memoria collettiva grazie anche ad un grandissimo De Niro, e' un inossidabile monumento al cinema.



Scene da un matrimonio - Ingmar Bergman


Svezia 1973 - voto 9


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Diviso in 6 capitoli, ? l'analisi di un rapporto di coppia tra Marianne e Johann su un arco di 10 anni. Nell'ultimo capitolo, ormai divorziati e risposati, si ritrovano dopo sette anni, pi? maturi e adulti, scoprendo di amarsi ancora, ma in modo diverso. Curata dallo stesso regista, l'edizione cinematografica deriva da uno sceneggiato TV in 6 ?scene? di 48-49 minuti che dura, pertanto, circa 2 ore in pi?: 1) ?Innocenza e panico?; 2) ?L'arte di nascondere lo sporco sotto il tappeto?; 3) ?Paola?; 4) ?Valle di lacrime?; 5) ?Gli analfabeti?; 6) ?Nel pieno della notte in una casa buia in qualche parte del mondo?. Tra sussurri e grida, in altalena tra tenerezza e violenza, in bilico tra il paradiso (illusorio) e l'inferno (autentico), quel che prevale in questa decennale odissea (o corrida?) coniugale ? il purgatorio. Con rarissimi esterni l'azione ? fondata sulla parola, sui gesti, sul comportamento, filmata quasi sempre in primo piano o con piani ravvicinati. ?, sotto ogni riguardo, il film dei film di L. Ullmann, ma E. Josephson le sta a pari con un impercettibile crescendo lungo l'arco del racconto. Hanno le voci italiane di Vittoria Febbi e Corrado Pani in un doppiaggio ben curato da Franco Rossi. Girato in 16 mm gonfiato a 35. Edizione TV di 294 minuti.



8 1/2 - Federico Fellini


Italia 1963 - voto 9


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In crisi esistenziale e creativa, alle prese con un film da fare, un regista fa una sorta di mobilitazione generale di emozioni, affetti, ricordi, sogni, complessi, bugie. Un misto tra una sgangherata seduta psicanalitica e un disordinato esame di coscienza in un'atmosfera da limbo (F. Fellini). La masturbazione di un genio (D. Buzzati). Una tappa avanzata nella storia della forma romanzesca (A. Arbasino). Una costruzione in abisso a tre stadi (C. Metz). Un Ben Hur del cinema d'avanguardia. Il tentativo di un autoritratto in forma fantastica. Il diario di bordo di un autore. Il rapporto su un ingorgo esistenziale. Un film sulla confusione e sul disordine della vita. Uno dei massimi contributi a quel rinnovamento dei modi espressivi e alla rottura della drammaturgia tradizionale che ebbero luogo nel cinema a cavallo tra gli anni '50 e i '60, rinnovamento che Fellini aveva gi? cominciato con La dolce vita. Personaggi memorabili e sequenze d'antologia. Il suo vero contenuto ? la fitta trama dei rapporti di Guido (Mastroianni, qui pi? che mai alter ego di Fellini) con la moglie e l'amante, con l'ambiente di lavoro e gli estranei, con i guru della Chiesa e della Critica, col passato e l'avvenire, con s? stesso. ?L'enfer c'est les autres?, aveva detto Sartre. Fellini ribalta l'affermazione: la vita ? e il cinema ? sono gli altri, i vivi e i morti, gli esseri reali e le creature della fantasia. Bisogna accettarli tutti con amore, gratitudine, solidariet?. 2 Oscar: costumi (Pietro Gherardi), miglior film straniero. 7 Nastri d'argento: film, produttore, soggetto, sceneggiatura, S. Milo, musiche (N. Rota), fotografia (G. Di Venanzo).



Tutto o niente - Mike Leigh


Gran Bretagna 2002 - voto 9


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Con affetto: cosi' Mike Leigh ha scritto e girato Tutto o niente (All or Nothing). L'affetto, tuttavia, non l'ha indotto ad attenuare le molte durezze e le molte miserie che intristiscono le vite di Phil (Timothy Spall) e di Penny (Lesley Manville), dei loro figli Rachel (Allison Garland) e Rory (James Corden), e degli altri che condividono la loro poverta' materiale e la loro desolazione. Nessun pregiudizio si frappone fra il suo occhio e i suoi personaggi: il suo cinema non paga il prezzo, sempre esoso, dell' impegno sociale immediato. Certo lo si sente sullo sfondo, quell' impegno. Se ne avvertono la sincerita' e la rabbia. Mai per? lo si sorprende a sovrapporsi al racconto, alla sua autonomia espressiva e poetica. E' doloroso entrare nelle immagini di Tutto o niente, nei suoi dialoghi crudelmente umani, troppo umani. Quello che Leigh descrive e' (sembra) un paesaggio devastato, un territorio svuotato d'ogni possibilita'. Nelle inquadrature d?inizio questo (apparente) deserto morale e affettivo ? raccontato per cenni, con riferimenti a personaggi e a situazioni che tornano nell'indifferenza della circolarita' narrativa, e di cui non si colgono i legami reciproci. Ognuno cosi' emerge ai nostri occhi in una sua sconfortata solitudine. A lungo in platea non la si supera, questa frammentazione di sensibilita' e di affetti. D?altra parte, pian piano, la miseria emotiva lascia intravedere una dimensione pi? profonda, e anche pi? ricca di sofferenza. L?effetto e' di sorprendente simpatia, cio? di condivisione, di partecipazione alla vita di uomini e donne che, ora, ci appaiono esposti senza difese alla vita. Se mai siamo stati tentati di giudicare le loro esperienze, se mai abbiamo creduto di esaurire la nostra curiosit? umana in una condanna, ora invece sentiamo l'urgenza di arrivare fino nei loro cuori e nelle loro anime, e di scoprire il luogo segreto in cui quelle esperienze nascono gia' sconfitte. Perche' Carol (Marion Bailey) perde le sue giornate nell'alcol? Perche' il marito Ron (Paul Jesson) ne condivide l'apatia suicida, incurante di trascinare nella loro propria distruzione la figlia? E perch? questa travisa la sua rabbia e riduce la sua ribellione a gesti anch'essi autodistruttivi, per quanto le sembrino strategie d'amore. Infine, perch? fra loro e in genere fra tutti gli uomini e le donne del film non ci sono discorsi e non ci sono parole, ma quasi solo suoni verbali vuoti di senso, se non invettive e turpiloquio? Questo alla nostra simpatia appare come il luogo segreto della loro sconfitta: questa incapacita' e impossibilita' di elaborare le sofferenze facendone un discorso, e perci0' di dare parole alle solitudini. Capita cosi' che il cuore e l'anima tentino d'arrivare a farsi coscienza e linguaggio, ma che proprio li', nel luogo in cui le parole prendono forma, sperimentino la loro prima sconfitta (infatti c'e' chi, nel film, arriva a scrivere sul proprio corpo l?amore che gli e' impossibile dire). Da un tale circolo vizioso i personaggi di Leigh rischiano di non uscire piu'. Ogni tentativo di chiedere all?altro tutto, come sempre pretendono il cuore e l?anima, innalza l?incapacita' di parlargli davvero, e anche di dare a se stessi le parole necessarie alla consapevolezza del proprio bisogno emotivo. Cosi' le richieste d'amore sono fraintese e negate, e alla fine la loro forza si capovolge in gesti cattivi che danno e fanno male, e che a loro volta alimentano le sofferenze e le solitudini. Tutto questo sta ben dentro una desolazione materiale, ben dentro un abbandono sociale dei pi? deboli, che nel film non ? affrontato esplicitamente, ma che lo colora della propria miseria. D?altra parte, lo sguardo di Leigh e' colmo d?affetto e simpatia. Il suo cinema non pu? abbandonare anch' esso uomini e donne di cui ha sentito e ha visto la sofferenza segreta. E allora escogita per alcuni uno stratagemma che li sottragga al deserto emotivo. A vincere la crudele circolarit? del farsi male, a interrompere il circolo vizioso dell'amore frainteso in cui Phil, Penny, Rachel e Rory sembrano ormai persi, e' un ultimo colpo cattivo della sorte. Nel momento in cui la sconfitta sembra pi? fonda e ?necessaria?, con simpatia e affetto quello stesso dio cieco del caso apre una via d' uscita alle loro solitudini. Attorno al letto di Rory, i quattro trovano l' occasione e il coraggio di fare del proprio bisogno d'amore un discorso condiviso, e dunque danno forma alla consapevolezza di se stessi. D'improvviso, nonostante ogni miseria e ogni abbandono, il niente che li minaccia si apre, e il tutto dei loro cuori e delle loro anime corre su ponti di parole.



Fahrenheit 9/11 - Michael Moore


USA 2004 - voto 9


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" Sono il pi? patriottico degli Americani perch? credo nei principi che hanno dato vita a questa nazione e mi do da fare perch? vengano ristabiliti". Cos? Michael Moore in un'intervista per la 'bibbia' del cinema "Variety". In effetti Fahrenheit 911 ? un film patriottico perch? crede nel popolo americano pur non avendo alcuna fiducia in chi lo governa in questo periodo. Moore riduce al minimo, rispetto a Bowling a Columbine, la sua presenza sullo schermo per lasciare spazio al suo nemico pubblico numero 1 George W. Bush e al gruppo che ha portato alla Casa Bianca dopo un'elezione che ha lasciato dietro di s? pi? di un dubbio di legittimit?. Moore per? non si limita a mostrare e dimostrare le bugie dell'Amministrazione Bush (dai rapporti con Bin Laden alle dichiarazioni contraddittorie nell'arco di poco tempo sull'Iraq) ma va a cercare tra il popolo i motivi dell'arruolamento dei giovani nell'esercito per giungere poi, in un'apoteosi di populismo mediaticamente efficacissimo, ad andare davanti al Senato a offrire ai senatori il modulo per l'arruolamento da consegnare ai loro figli. Una democrazia che voglia avere il diritto di proclamarsi tale ha bisogno di 'arrabbiati' come il premio Oscar Moore



Profondo rosso - Dario Argento


Italia 1975 - voto 9


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Marc, giovane pianista, assiste all'assassinio di una parapsicologa ma non riesce a vedere il volto dell'omicida. Mentre indaga aiutato da una bella giornalista, le persone con cui viene in contatto cominciano ad essere assassinate una dopo l?altra. La verit? e' insospettabile. Apice stilistico e creativo di Dario Argento, segna la linea di confine tra l?iniziale fase thriller e quella pi? marcatamente horror che sarebbe seguita. E difatti il film e' pervaso da elementi di entrambi i generi, che riesce a nobilitare grazie alla vena particolarmente ispirata del regista in quel periodo. L?ottimo cast tiene su una trama non del tutto chiara ma infarcita da alcune tra le trovate piu' genuinamente spaventose del cinema di suspance moderno. Il film valse ad Argento il titolo di "erede" di Alfred Hitchcock, merito giustificato ma non sempre onorato nelle opere successive. Menzione indispensabile per la colonna sonora dei Goblin, da brivido



Pulp Finction - Quentin Tarantino


USA 1994 - voto 9


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4 storie di violenza s'intersecano in una struttura apparentemente circolare che va avanti e indietro nel tempo: si chiude 1) due balordi (T. Roth, A. Plummer) si accingono a fare una rapina in una tavola calda; 2) due sicari (J. Travolta, S.L. Jackson) recuperano una valigetta preziosa, puliscono la loro auto, insozzata dal sangue e dal cervello di un uomo ucciso per sbaglio, con l'aiuto di Mr. Wolf (H. Keitel), l'uomo che risolve problemi, e vanno a mangiare proprio nella tavola calda della rapina; 3) uno dei due sicari (Travolta) deve portare a ballare Mia (U. Thurman), moglie del capo (V. Rhames), che, scambiata eroina per cocaina, va in overdose; 4) il pugile Butch (B. Willis) contravviene ai patti, vince un incontro che doveva perdere e scappa con la borsa. Ispirato a quella narrativa popolare di ambiente criminale che, dagli anni '30 e '40, era pubblicata dai pulp magazines, il 2? film di Q. Tarantino (1963) procede sul filo di un'irridente ironia, di un efferato umorismo nero, di una dialettica tra buffonesco e tragico (tra fun e funesto) che mettono azioni, gesti e personaggi come tra parentesi, in corsivo, anche quando, come nel torvo episodio della sodomizzazione, questo film divertente e caustico dai dialoghi irresistibili penetra nell'abominio del male. Vietato in Italia ai minori di 18 anni. Palma d'oro a Cannes e Oscar per la sceneggiatura (Tarantino, Roger Avary)



Il silenzio degli innocenti - Jonathan Demme


USA 1991 - voto 9


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Dal romanzo omonimo (1988) di Thomas Harris. Una giovane recluta dell'FBI (J. Foster) ? incaricata di far visita in carcere a Hannibal Lecter (A. Hopkins), psichiatra pluriomicida, per ottenere informazioni su un assassino psicopatico che ha ucciso e scuoiato cinque donne. Le ottiene, ma in cambio deve raccontargli episodi del suo passato. Epilogo mozzafiato con il veleno nella coda. Memorabile thriller che inquieta, spiazza, turba. J. Demme vi conferma il suo talento visivo, la capacit? di caricare le immagini di emozioni, la sagacia nel creare tensione senza cadere nel sensazionalismo, la tendenza wellesiana all'eccesso decorativo. Il personaggio di Lecter era gi? apparso, defilato, in Manhunter-Frammenti di un omicidio (1986) di Michael Mann. 5 Oscar: film, regia, Foster, Hopkins e Ted Tally per la sceneggiatura



Metropolis - Fritz Lang


Germania 1927 - voto 9


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Nel 2026 in una megalopoli a due livelli gli operai che lavorano come schiavi nei sotterranei sono incitati alla rivolta da un robot femmineo che riproduce le fattezze di una di loro, la mite e pia Maria. L'ha costruito uno scienziato al servizio dei padroni che vuole vendicarsi del potente John Fredersen, dominatore della citt?. La rivolta provoca un'inondazione che colpisce i quartieri operai finch?, sollecitato da Maria, Freder, figlio di Fredersen, fa da mediatore tra padroni e operai. ? nato un nuovo patto sociale. Realizzato nel 1926 a costi cos? alti che rischiarono di far fallire la UFA, fu proiettato a Berlino il 10-1-1927. Ne esistono varie copie, ciascuna diversa dall'altra per durata e montaggio. Lo stesso F. Lang provvide nel '27 a togliere mezz'ora dall'edizione originale. La pi? attendibile oggi ? quella restaurata nel 1984 dalla Cineteca di Monaco, a cura di Enno Patalas, che dura 147? (4189 metri), ma nello stesso anno il musicista Giorgio Moroder ne confezion? una di 87?, virata in vari colori e sonorizzata con una colonna sonora rock con canzoni che fu distribuita sul mercato commerciale. Esistono, insomma, molte Metropolis. Disparati i giudizi critici. Nel '27 H.G. Wells, che di fantascienza s'intendeva, lo defin? ?stupidissimo?, mentre Luis Bu?uel lo giudic? retorico, banale, pedante, intriso di romanticismo superato, aggiungendo che ?... se opponiamo alla storia la fotogenia plastica del film, allora regger? qualsiasi confronto, ci sconvolger? come il pi? bel libro d'immagini mai visto?. Piacque molto a Hitler e a Goebbels, comunque. ? all'insegna del sincretismo sia per contenuti sia per forme, frutto di una moda culturale del suo tempo: la tendenza al Gesamtkunstwerk, l'opera d'arte totale. Discutibile e Kitsch finch? si vuole, l'operazione di G. Moroder ? legittima: ? uno dei tanti film muti che hanno bisogno di musica. (Che fu scritta appositamente nel '26 da Gottfried Huppertz.) Pu? esistere un film stupido e geniale? Il contrasto tra la melensaggine mistica da romanzo d'appendice di Thea von Harbou che lo scrisse e la forza visionaria di suo marito Lang rimase irrisolto. Metropolis ? un capolavoro di cinema decorativo, la messinscena di un delirio



L'eta' inquieta - Bruno Dumont


Francia 1997 - voto 9


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A Bailleul, nel nord della Francia, con un alto tasso di disoccupazione, per i giovani non c'? nulla da fare, nulla da dire, nulla da sperare, se non sfogarsi con le moto dai motori truccati, o picchiare a morte un coetaneo arabo che ha osato fare la corte alla bella di uno di loro. Opera prima di insolita forza e maturit?, sostenuta da un linguaggio di elegante rigore stilistico e da una potente fisicit?, ? un film di cruda sgradevolezza (con 2 scene erotiche molto spinte, ma girate con controfigure) che ?partecipa di quel cinema 'morale', in senso rosselliniano e pasoliniano, di cui si erano perse le tracce e che invece sta tornando ostinatamente sugli schermi.? (Paola Malanga) Premio Jean Vigo in Francia, e altri 8 premi a Chicago, Taormina, Londra, Valencia, ecc



Lezioni di piano - Jane Campion


Francia 1993 - voto 9


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Palma d'Oro, ex aequo, al Festival di Cannes. L'originale regista di Sweetie e Un angelo alla mia tavola debutta nel grande cinema ufficiale. Ci? comporta co-produzioni, grandi nomi, capitali cospicui e una storia di buona presa per il pubblico. Ma la Campion mantiene intatta la sua personalit? di autrice. Purtroppo la bravura tecnica questa volta sfiora il manierismo. Ancora una volta la protagonista ? una donna con problemi di comunicazione con gli altri. ? muta, vedova con una figlia, e per convenienza familiare deve sposare uno sconosciuto. Si trasferisce con lui in un'isola sperduta in Nuova Zelanda. Non le ? concesso di suonare il piano, sua unica consolazione. Ma con l'aiuto di un uomo all'apparenza rozzo, in realt? molto sensibile, il suo desiderio sar? esaudito. Tra loro nasce un particolare idillio che far? uscire di senno il marito. Dopo colpi di scena degni di un melodramma, il lieto fine ? d'obbligo



Balla coi lupi - Kevin Costner


USA 1990 - voto 9


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Dal romanzo omonimo di Michael Blake. Nel 1863, durante la guerra di Secessione, il tenente John J. Dunbar decide di aggregarsi a una trib? dei Sioux. Film epico che nasconde una leggenda (il paradiso perduto), racconta un programma (confondersi con la natura invece di distruggerla) e rappresenta un incubo (distruggere i pellerossa, americani nativi). Esordio nella regia di Costner che sa coniugare le attrattive di un cinema popolare d'azione con la semplicit? di un racconto epico che lascia spazio ai sentimenti, ai conflitti psicologici, agli intermezzi umoristici. Si schiera dalla parte giusta senza manicheismo; coinvolge e commuove senza demagogia; suggerisce il sogno (l'utopia) e d? conto del dolore, di quel retaggio di odio e di colpa che fecero delle guerre indiane ?il pi? disperato degli inferni?. Esiste una versione lunga di 237 minuti



La legg del pianista sull' oceano - Giuseppe Tornatore


Italia 1998 - voto 9


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Trovato in fasce il 1? gennaio 1900 a bordo del transatlantico Virginian, T.D. Lemmons detto Novecento (T. Roth) cresce sulla nave, impara a suonare il piano, diventa l'attrazione dell'orchestra di bordo e non ne scende mai. Quando la nave in disuso sta per essere demolita con la dinamite il suo amico Max (P.T. Vince) ? convinto che sia ancora a bordo. Raro esempio di colosso intimista, basato sul monologo teatrale Novecento (1994) di Alessandro Baricco. Storia di un'amicizia come Titanic ? la storia di un amore interclassista? No. L'amicizia ? importante, ma non centrale. Il collante della narrazione ? la musica di Ennio Morricone, impegnato al meglio della sua forma. Soltanto una traccia di romance: il breve, memorabile incontro con una ragazza angelicata. Film epico dalle molte bellezze (la sala-macchine; il pianoforte che pattina nella tempesta; la sfida musicale con Jelly Roll Morton, ecc.), cos? ricco a livello metaforico da prestarsi a pi? chiavi di lettura, non si sottrae all'accusa di ridondanza ripetitiva, specialmente nell'ultima mezz'ora. Ideale erede di Sergio Leone, G. Tornatore (1956), il pi? americano dei registi italiani, ? un raccontatore di emozioni dal passo di fondista. Critica spaccata in due. 5 Nastri d'argento e 1 Efebo d'oro 1998; 6 premi Donatello 1999, Globo d'oro 1999 per la sceneggiatura. Il regista ha provveduto a scorciarlo di 45' per la distribuzione internazionale in lingua inglese col titolo The Legend of 1900



My Name Is Joe - Ken Loach


Gran Bretagna 1998 - voto 9


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Glasgow (Scozia) Joe, ex alcolista e disoccupato, allena una scalcinata squadra di calcio composta di improbabili atleti emarginati come lui, nella quale gioca l'amico Liam, sposato con una tossicodipendente. Grazie a lui, Joe s'innamora di un'assistente sociale, ma, per saldare i suoi debiti con un boss della droga, si compromette in un traffico sporco. Dopo le trasferte in Spagna (Terra e libertà) e in Nicaragua (La canzone di Carla), Loach continua il suo affresco sociale dell'Inghilterra di fine secolo con un film (scritto da Paul Laverty, sceneggiatore di La canzone di Carla) che, nella 2ª parte, ha cadenze di cinema d'azione per lui insolite. È anche una moralità su un dilemma analogo a quello di Piovono pietre. Nel suo sanguigno impasto di dramma, ironia e umorismo, vive in funzione del suo protagonista che a Cannes 1998 procurò a Mullan un meritato premio. Il suo ruvido anglo-scozzese è stato voltato in italiano dalla voce rugosa di Rodolfo Bianchi
Alberto Crespi L'Unità: Joe non somiglia per niente a Babbo Natale, e forse verrebbe bocciato se si presentasse fiei grandi magazzini londinesi offrendosi per impersonare Santa Claus (nonostante la penuria di volontari, che è finita pure nei Tg). Eppure, se avrete il coraggio di rischiare un Natale cinematografico insolito, Joe potrebbe diventare vostro amico. Essendo protagonista di un film di Ken Loach, Joe è un rappresentante della working class britafinica: è un proletario di Glasgow, Scozia, che grazie alle riunioni degli Alcolisti Anonimi sta uscendo faticosamente dalla schiavitù della birra. »
Irene Bignardi La Repubblica: Dostoevskij incontra Marx a Glasgow. Succede, con la naturalezza che è propria di Ken Loach, in My name is Joe, il film che è stato presentato la scorsa primavera al festival di Cannes e che è stato presentato recentemente al Festival Torino Giovani, dove il regista ha vinto il premio Cipputi alla carriera. Per Marx non c'è bisogno di spiegarsi: alla sua maniera generosa e semplice, Loach continua ad essere l'unico regista che, in un mondo più incline ad occuparsi d'altro, è interessato solo a personaggi e storie di ambiente proletario, a raccontarci come vive l'altra metà (abbondante) del mondo occidentale. »
Marco Lodoli Diario: Per essere accolti in un centro di alcolisti anonimi e imboccare il cammino della rinascita bisogna prendere la parola di fronte a tutti e dire: “Il mio nome è Questo, e sono un alcolizzato». Pare che sia la frase più difficile da pronunciare, perché nella sua semplicità inchioda il soggetto al suo penoso problema, e sono chiodi dritti, spietati, piantati con tutta la forza nella propria debolezza. Il beone esce dalla penombra delle giustificazioni, delle false verità e delle mezze bugie, delle confidenze fatte piangendo e presto ritrattate sorridendo. »
Lietta Tornabuoni La Stampa: Il titolo My name is Joe, Mi chiamo Joe, vuol significare che il protagonista del nuovo film di Ken Loach non possiede null'altro che se stesso: mentre altri hanno famiglia, lavoro, casa, salario, automobile, speranze, lui ha soltanto il proprio nome, trentasette anni, una personalità ferita che Peter Mullan, premiato all'ultimo festival di Cannes per questa interpretazione, recita benissimo. Joe vive di sussidi, è un ex alcolizzato, nel peggior quartiere di Glasgow in Scozia è organizzatore e allenatore d'una pessima squadra di calcio di ragazzi che rubano per procurarsi magliette o scarpette e che in campo si ribattezzano Ravanelli o Beckenbauer. »



Riff Raff - Ken Loach


Gran Bretagna 1991 - voto 9


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Un buon film e allo stesso tempo semplice. Tra ironia e tragedia Loach mostra una visione realistica della Gran Bretagna sotto la signora Thatcher attraverso la metafora di un cantiere edile. Il protagonista è Steve che, uscito di galera, va a lavorare a Londra. Gli altri operai lo accolgono bene e lo aiutano a trovare alloggio in una casa popolare. Conosce una ragazza. I problemi di cantiere sono molti: dalla mancanza di igiene all'assenza di sicurezza. Ci sono un arresto e un licenziamento entrambi ingiusti e quando un'impalcatura cede e muore un operaio, la vendetta sarà pesante. Ottima la colonna sonora di Stewart Copeland, autore già di Rusty il selvaggio di Coppola ed ex batterista dei Police.
Walter Veltroni:Grande regista, Ken Loach. Ricordo un suo film di tanti anni fa. Un film duro e scioccante sulla malattia mentale. Si chiamava Family Life e dal momento in cui lo vidi, vent’anni fa, non ho più cancellato dalla mente la tremenda violenza delle sequenze sull’elettroshock che producevano, negli spettatori, un dolore quasi fisico. Ken Loach ora parla di un’altra durezza, quella prodotta nella vita dei più deboli dai rigori della politica thatcheriana. La critica inglese, cinematografica o letteraria o musicale, ha prodotto una serie di opere immerse in quel tempo, in quei freddi anni Ottanta. »
Enzo Siciliano: Ken Loach, il regista di Poor Cow, un film del '68: lo ricordate? Loach buon regista inglese, accanito, aggressivo, dotato di quello humour sarcastico di cui certi drammaturghi e sceneggiatori britannici sanno fare uso altalenando climax e anticlimax quasi con indifferenza: un cazzotto nello stomaco e una risata, una risata e un cazzotto nello stomaco? Torna Ken Loach con Riff-Raff, un film su un gruppo di operai edili, raccogliticci, sottopagati, che lavorano a Londra in un vecchio ospedale da ristrutturare come condominio di lusso. »



Paul, Mick e gli altri - Ken Loach


GB, Germ, Spain 2001 - voto 9


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Un gruppo di operai lavora in uno scalo ferroviario nel sud dello Yorkshire a metà degli anni Novanta. È la fase delle privatizzazioni. Nulla è più come prima: ogni remota possibilità di accordo sindacale viene considerata un ostacolo allo sviluppo. La concorrenza impone un abbassamento dei costi e una messa a repentaglio di ogni tutela dei lavoratori. Gli addetti alla manutenzione delle ferrovie vengono messi gli uni contro gli altri, si richiede il massimo dei risultati con il minimo delle strutture messe a disposizione. Narrato così sembra un articolo di analisi politica. È invece un film di Ken Loach, che sa come proporre autentici pamphlet narrando la quotidianità di persone che non contano più nulla. In nome del liberismo più sfrenato si sacrifica qualsiasi ideale di tutela sociale. Ancora un funerale a chiudere un film di Loach. Ma se in Terra e libertà era l'occasione per un passaggio di testimone tra generazioni nella lotta e in My Name is Joe costituiva il riconoscimento collettivo dell'impossibilità di uscire da un vicolo cieco costruito da una società insensibile, qui assume la disillusa forza di chi non può più partecipare neppure a una testimonianza comune. Perché è diventato complice innocente di delitti compiuti da mani ignote ma sempre più rapaci.

Maurizio Cabona Il Giornale: Fra le celebrità, pochi conoscono la Squadra Rialzo. In Italia, fra le celebrità, c'è Francesco Guccini, passeggero abituale, in gioventù, della linea Bologna-Porretta. Ora è il regista Ken Loach a fare della Squadra Rialzo inglese la protagonista di un film collettivo, The Navigators, cioè Gli sterratori. Questo è infatti il loro lavoro: tenere in ordine binari, traversine e massicciata. Trarre da un'attività così poco spettacolare un film amaro, ma relativamente divertente, è merito notevole. Eppure a Venezia The Navigators non è stato premiato. »

Lietta Tornabuoni La Stampa: Ken Loach, il regista inglese amico del popolo, il narratore dei drammi del lavoro contemporanei, racconta in un bel film lo smantellamento di uno scalo ferroviario nello Yorkshire nel 1995, al tempo della privatizzazione delle Ferrovie britanniche sotto il governo di John Major. Diventano reali, vissuti, patiti, tutti quei termini ingannevolmente neutri che sono il linguaggio dei nostri giorni verso i quali non siamo troppo abituati a pensare: scivolo verso l'uscita, lavoro flessibile, ristrutturazione, obsolescenza del posto fisso, parcellizzazione del lavoro, imprese remunerative, economia di mercato. »

Enrico Magrelli Film TV: Enrico Magrelli La classe operaia non va più in Paradiso. Non può permettersi nemmeno di andare in treno. È morta. Una morte bianca causata dalla flessibilità, dagli scivoli, dal lavoro interinale, dai subappalti, dalla fine della cultura del posto fisso, dagli incentivi, dallo sgretolarsi di garanzie e statuti dei lavoratori. Ken Loach, dopo la trasferta tra gli immigrati addetti alla pulizia degli uffici di Los Angeles, torna in Inghilterra con l'aiuto della sceneggiatura scritta da Rob Dawner, un ex ferroviere, morto nel febbraio di quest'anno di un cancro contratto a causa dell'amianto, si sposta in uno scalo ferroviario, in un deposito dello Yorkshire nell'anno in cui le Ferrovie Britanniche sono state privatizzate. »



L'uccello dalle piume di cristallo - Dario Argento


Italia 1970 - voto 9


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Di passaggio a Roma, un giovane scrittore americano assiste al tentato omicidio di una donna. Il sospettato n. 1 è proprio lui, ma l'assassino colpisce ancora più volte e tenta di uccidere lo stesso scrittore. La polizia brancola nel buio. 1° film del 30enne Argento che conserva ancora, come nei 2 successivi, quella struttura del giallo (chi è il colpevole) che da Suspiria (1977) in poi sarà polverizzata e abbandonata per alcuni anni. Oltre alla parte visiva, affidata alla fotografia di V. Storaro, hanno grande importanza suoni, rumori, amplificazioni e distorsioni.



L'uomo con la macchina da presa - Dziga Vertov


Russia 1929 - voto 9


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L'uomo con la macchina da presa è il monumento del cinema costruttivista sovietico, un vorticoso mosaico sull'utopia dell'uomo-macchina e di un mondo nuovo. Nonostante la sua indiscussa reputazione, questo classico del cinema muto non è mai stato mostrato con la musica che lo stesso Vertov aveva immaginato per il film, e che fu eseguita soltanto alla sua prima uscita. I nostri agenti di Mosca hanno scovato il manoscritto negli Archivi di Stato; dopo averlo letto, abbiamo pensato che la Alloy Orchestra (già vista all'opera con Sylvester al Festival di Telluride e, lo scorso anno, con Lonesome) fosse l'approdo ideale per il visionario progetto di Vertov. Il risultato è un'abbagliante, distorta sinfonia di musica concreta, trasmissioni radio e danze popolari, un'esperienza sonora esplosiva per un film destinato a celebrare la bellezza del caos. Il suono nell'Uomo con la macchina da presa è ben più di un'illustrazione alle immagini. Nella visione futuribile di Vertov, il cinema si sarebbe fuso con la radio allo scopo di mettere in contatto i proletari di tutto il mondo, infrangendo così le frontiere e annullando le distanze: "L'uomo con la macchina da presa, scrisse lo stesso Vertov nel 1929, costituisce il passaggio dal cine-occhio al radio-occhio". In effetti, il film diviene una sorta di radio-occhio grazie a una serie di immagini sonore durante la sequenza dedicata a un dopolavoro del futuro, con visioni sovrapposte a un altoparlante in primo piano. Alcuni spettatori entrano in una sala di un cinema dove sullo schermo vengono proiettate una serie di immagini filmate,mediante una macchina da presa(da un operatore sempre in movimento)riguardanti la vita ordinaria di molti cittadini nell'privato e nel mondo del lavoro...Il regista russo Dziga Vertov, tra i più influenti nella vecchia Unione Sovietica dell'era di Stalin, è l'autore di questa importante pellicola"sperimentale"che pare sia stata concepita con l'intenzione di mostrare al pubblico russo di quel periodo l'importanza della semplice realtà rispetto al comune linguaggio cinematografico considerato come falso e anticomunista e,perciò,da eliminare con ogni mezzo,almeno nelle intenzioni del regista e del governo. Il regista inquadra alcune sequenze di lavoro in fabbrica,una scena riguardante una donna che si sveglia(insieme al resto della città)e poi treni,spiagge,ragazzi che praticano lo sport...tutto questo viene mescolato insieme in un unico,veloce"valzer"di immagini(alcune di esse si possono definire surreali come la scena in cui l'operatore con la macchina da presa viene inquadrato dentro un bicchiere di birra)che può rivelarsi,a tratti,forse esagerato ma non privo del suo fascino meramente tecnico anche se,a vederlo oggi,si può anche interpretare come una"metafora"sul rischio di una possibile"alienazione"all'interno della vita quotidiana di ogni essere umano.



Il mio amico Eric - Ken Loach


GB, It, Fr, Bel 2009 - voto 9


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Un impiegato delle Poste britanniche vede la sua vita andare sempre peggio. Ha lasciato da trent'anni Lily, suo unico e vero amore. Ora vive con i due figliastri lasciatigli da una donna che non c'è e con uno dei quali ha un pessimo rapporto. Eric, che cerca di non ricordare il passato, ha un solo rifugio in cui cercare un po' di consolazione: il tifo per il Manchester e la venerazione per quello che nel passato è stato il suo più grande campione, Eric Cantona. Ora però Eric ha un nuovo e per lui non secondario problema: la figlia che aveva abbandonato ancora in fasce, ma che non ha mai avuto un cattivo rapporto con lui, gli chiede il favore di occuparsi per un'ora al giorno della bambina che ha avuto, in modo da poter completare in pochi mesi gli studi. Sarà però necessario che Eric si faccia consegnare la neonata da Lily che non ha voluto piu' incontrare dal lontano passato. Qualcuno giunge in suo soccorso in modo inatteso e concretamente irreale: il suo idolo: Eric Cantona. Il problema da affrontare non sarà però purtroppo solo questo.Ken Loach ha realizzato il film della sua assoluta maturità. Sinora ci aveva regalato delle opere che restano nella storia del cinema tout court e in quella dell'impegno a favore dei meno favoriti nelle nostre società. Lo stile era rigoroso, partecipe, con qualche inserto comico ma con una dominante drammatica. In questa occasione riesce a realizzare una perfetta osmosi tra la commedia e il dramma. Arriva anche a fare di più gestendo l'apparizione onirica della star Cantona in un equilibrio perfetto tra ironia, astrazione e (perchè no?) commozione. Eric Cantona è una leggenda per il calcio internazionale e per i tifosi del Manchester in particolare. Loach è un appassionato di calcio (straordinaria la replica alla domanda 'impegnata' di una collega in conferenza stampa: "Non vado alle partite per fare dei trattati antropologici ma per vedere la mia squadra vincere") e riesce a rileggere, grazie ancora una volta a una sceneggiatura più che mai calibrata di Paul Laverty, il mito calcistico facendolo interagire con le problematiche del piccolo Eric impiegato alle Poste. Ne nasce una storia d'amore, un film sulla possibile positività dei miti nonchè (ed era l'impresa più difficile di questi tempi) su una solidarietà ancora possibile. Solo lui e pochissimi altri possono riuscire a regalarci una commedia/dramma con happy end in cui realtà e immaginazione si alleano escludendo la retorica.



The Assassination - Niels Mueller


USA, Mess 2004 - voto 9


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De Niro in Taxi Driver era Travis Bickle, un immaginario reduce del Vietnam che progettava l'assassinio del candidato Pallantine; ora Sean Penn è Sam Bicke, un uomo che nei '70 progettò davvero di uccidere Nixon. Solo un'assonanza di nomi? Una regia inesistente per un 'one man show' di Sean Penn di Mattia Nicoletti: ...cosa può far pensare un uomo di assassinare un presidente? Questa domanda non ha molte risposte, se non quella della follia di chi è giunto allo stremo delle forze psichiche che tenta un gesto disperato, definitivo. 1974, Stati Uniti. Quella di Sam Bicke (Sean Penn), agente di commercio di un'azienda di mobili, è una storia vera, drammaticamente vera, in cui le debolezze e le condizioni di vita influiscono sulle sue giornate. Una moglie da cui è separato che non ne vuole più sapere, un lavoro che lo vede sempre in difficoltà e un amico meccanico con il quale vorrebbe aprire un'attività sono il suo mondo. Ma il suo unico sogno si scontra con la difficoltà di ottenere un finanziamento. Senza avere questa apertura verso il futuro la situazione si fa davvero impossibile. Completamente sulle spalle di Sean Penn, con una regia tanto dimenticabile quanto inesistente, il film è un "one man show", espressione delle capacità interpretative di un attore come pochi, che si perde completamente nelle complesse maglie di Sam. La sua recitazione appare in alcuni momenti di maniera, ma il ritmo è scandito da lui, lento nello sviluppo e crescente nel finale. Assimilabile per molti versi a Taxi driver (il personaggio interpretato da De Niro si chiamava Travis Bickle), la vicenda di quest'uomo piccolo piccolo, distrutto dalla vita, è un'ulteriore manifestazione del malessere sotterraneo della provincia americana.



Genio Ribelle - Gus Van Sant


USA 1997 - voto 9


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Will Hunting, ragazzo di un quartiere povero di Boston con molti piccoli crimini alle spalle, fa le pulizie al MIT (Massachusetts Institute of Tecnology) ed è un genio matematico allo stadio brado. Se lo contendono due adulti colti: l'uno vuol prendersi cura del suo cervello (e del futuro del proprio portafoglio), l'altro del suo cuore. Con l'aiuto di una ragazza innamorata, vince il secondo. Ideato e scritto dagli attori Damon e Affleck (premiati con l'Oscar per la sceneggiatura originale), è un film complesso nella sua apparente semplicità (paradossalmente a mezza strada tra Belli e dannati e L'attimo fuggente) che tocca molti temi: l'isolamento; la ricerca di un padre (e di un figlio) tra due persone simili e complementari; il diritto-dovere di liberarsi di un'infanzia infelice; la difficoltà di vivere di un genio – o, comunque, di un “diverso” – che non vuole farsi assorbire o stritolare dal sistema. Oscar per l'attore non protagonista a R. Williams.



la storia del cammello che piange - Davaa, Falorni


Germania 2003 - voto 9


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Scrive Giancarlo Zappoli: ricco di intensa poesia, un documentario che purifica lo sguardo. Prova d'esame in una Scuola di Cinema tedesca di due giovani registi e candidato al Premio Oscar per il miglior documentario 2005. La nascita dei cammelli è un momento molto importante per una piccola comunità della Mongolia del sud. Uno degli ultimi nati viene rifiutato dalla madre che non lo allatta. Qualsiasi tentativo di convincerla risulterà inutile fino a quando due bambini non andranno a chiamare un musicista nella lontana città capoluogo. Il suono della musica riavvicinerà madre e figlio. Ricco di intensa poesia il documentario (che ha trovato una distribuzione in più di 70 Paesi) è di quelli che purificano il nostro sguardo occidentale corrotto da ritmi accelerati ed effetti speciali. Senza nulla togliere al piacere di seguire una storia.



I quattrocento colpi - François Truffaut


Francia 1959 - voto 9


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Come una madre che osserva e veglia, nelle prime immagini del primo capolavoro di Truffaut, quello che lo ha fatto passare dai banchi di scuola dei "Cahiers du Cinema" alla cattedra della macchina da presa, la Tour Eiffel è sempre presente, e domina Parigi. I 400 colpi è anche il primo film del personaggio Antoine Doinel, alter ego del regista, sempre interpretato da Jean Pierre Leaud, che accompagnerà nella vita cinematografica il cineasta francese. Antoine Doinel è un bambino che vive con la giovane madre e il patrigno. Ha poca voglia di studiare e si diverte ad andare al cinema, a marinare la scuola, a compiere piccoli furti, oppresso da una famiglia che pensa troppo a se stessa e lo relega a buttare via la spazzatura o ad andare a comprare il latte, lasciando ai compagni di scuola il compito di accompagnarlo all'adolescenza. Il riformatorio diventerà il trampolino per il tuffo nel mare della vita. Manifesto della Nouvelle Vague francese, il primo film di Truffaut è un inno alla libertà dell'infanzia, in parte autobiografico, che disegna e descrive le vicende di un bambino, nel quartiere in cui il regista è nato. La forma filmica è immediata, viva, realista, strizza l'occhio a Rossellini, e rappresenta i volti e le vite dei piccoli uomini nelle strade parigine, nelle sue sfaccettature più intime, nei discorsi fra amici che condividono gli stessi luoghi. La poesia dei primi anni dell'esistenza risulta apparentemente rotta dalla coercizione del riformatorio, insieme di rigide regole che dovrebbero indicare la retta via; è però nell'ultima magica sequenza, mostrata secondo dopo secondo nel più classico stile della "Nouvelle Vague", in quella corsa di Doinel verso il mare, che i capelli possono finalmente seguire il vento, e lo sguardo finalmente perdersi senza paura verso gli anni dell'età adulta.



Q volò sul nido del cuculo - Milos Forman


USA 1975 - voto 9


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Da un romanzo (1962) di Ken Kesey: pregiudicato, trasferito in clinica psichiatrica, smaschera il carattere repressivo e carcerario dell'istituzione. La rivolta dura poco, ma lascia qualche segno. Premiato con 5 Oscar (film, regia, Nicholson e Fletcher, sceneggiatura di Bo Goldman e Laurence Hauben) – come non succedeva da Accadde una notte (1934) – è un film efficacemente e astutamente polemico sul potere che emargina i diversi e sul fondo razzistico della psichiatria. La sostanza del romanzo onirico di Kesey, scritto in prima persona, è depurata e trasformata in allegoria nell'adattamento scenico che ne fece Dale Wasserman e che forma la base della sceneggiatura. (Fu portato in scena nel 1963 da Kirk Douglas che spinse il figlio Michael a produrre il film.) Ottima squadra di attori che comprende anche il pellerossa W. Sampson.



Blade Runner - Ridley Scott


USA 1982 - voto 8.5


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In una Los Angeles piovosa e sovrappopolata, il poliziotto Deckard (Harrison Ford), dell'unita' Blade Runner, viene richiamato in servizio. La sua specialita' e' l'eliminazione di esemplari insubordinati di "replicanti", androidi destinati al lavoro nelle colonie spaziali. Quattro di loro, Roy Batty, Leon, Zora e Pris, hanno raggiunto la Terra per tentare di infiltrarsi nelle industrie che li fabbricano. I replicanti sono identici agli esseri umani, tranne che per la durata limitata della loro esistenza e per l'apparente incapacita' di provare sentimenti. Proprio sulla registrazione delle reazioni emotive si basa il test Voigt - Kampff, con cui Deckard indentifica in Rachel (Sean Young), collaboratrice dell'industriale, una replicante sperimentale, inconsapevole della propria vera natura. Deckard si pone sulle tracce di replicanti da "ritirare", eliminando per prima la spogliarellista Zora (Joanna Cassidy). E' pero' Rachel a salvarlo da Leon, mentre Pres (Daryl Hannah) si installa a casa di un ricercatore per convincerlo a portare lei e Batty (Rutger Hauer) dall' industriale. L'incontro non ha esito felice: i due replicanti apprendono che non c'e' modo di prolungare la loro esistenza. Deckard li raggiunge nel loro nascondiglio e, "ritirata" Pris, affronta Batty in un duello spietato. Salvato in extremis dal suo stesso avversario un attimo prima che questi muoia, Deckard recupera Rachel e fugge con lei lontano dalla citta'. Abile fusione di poliziesco e fantascienza, Blade Runner vive un rapporto di simbiosi con "Il cacciatore di androidi", romanzo di Philip K. Dick da cui e' tratto. Anche se il film risulta piu' coerente ed equilibrato, alcuni riferimenti sono apprezzabili solo leggendo il libro: i dettagli del test o la descrizione di un mondo in cui le riproduzioni artificiali degli animali, quasi estinti, diventano status symbol. Tuttavia il film descrive perfettamente una societa' multietnica e tratteggia perfettamente i diversi personaggi, tutti pervasi dall'amarezza tipica dell'opera di Dick: dallo scienziato colpito da invecchiamento precoce che vive in una casa piena di giocattoli, ai replicanti afflitti da angosce esistenziali, dalla fragile e sensuale Rachel alle prese con la propria identita' sconosciuta al detective anni Quaranta trasferito nel futuro. Altrettanto efficaci sono gli effetti speciali di Douglas Trumbull e la colonna sonora di Vangelis. Blade Runner divenne rapidamente un cult-movie, cosa che anni dopo permise a Ridley Scott di distribuirne la versione "originale" ( Blade Runner: the Director's Cut). Meno ottimistica nel finale dell'edizione nota al pubblico, essa e' priva della narrazione fuori campo del protagonista e della ripresa aerea conclusiva, aggiunta per volonta' del produttore, utilizzando ritagli della sequenza iniziale di Shining



Il corvo - Alex Proyas


USA 1994 - voto 8.5


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Da un fumetto underground di James O'Barr. Un anno dopo essere stato assassinato con la sua ragazza, il chitarrista rock Eric Draven (raven = corvo) esce dalla tomba. Invulnerabile e scortato da un corvo, si accinge a una vendetta che ha per scopo la morte dei suoi assassini e per traguardo la riunione definitiva nell' aldila' con l'amata. Zeppo di citazioni, ricco di stereotipi di cultura "bassa", quest'opera prima di un egiziano emigrato in Australia e premiato regista pubblicitario (lo si vede nel montaggio forsennato) e' un film manieristico di forte suggestione che ha il proprio fine nella scrittura. Morto durante le riprese, colpito da una pallottola vera invece che a salve, il protagonista, figlio di Bruce Lee, e' sostituito in alcune scene dalla sua immagine virtuale, creata in laboratorio con tecniche digitali.



Matrix - Larry Wachowski


USA 1999 - voto 8.5


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Un mondo che sembra reale ed e' invece solo un paravento per nascondere la realta' vera. Seguendo un tatuaggio sulla spalla di una ragazza l'hacker Neo scopre che la cosiddetta "realt?" e' solo un impulso elettrico fornito al cervello degli umani da un'intelligenza artificiale. La Terra era sopravvissuta alla catastrofe ma l'umanita' ha avuto bisogno delle macchine per sopravvivere. E queste hanno vinto. Ma le macchine necessitano degli uomini e della loro energia. L'illusione in cui li fanno vivere e' finalizzata a "coltivarli" meglio. Nessuno e' a conoscenza del tempo che e' passato da quando il neurosimulatore ha assegnato una data fittizia al tempo. Solo Neo, con l'aiuto del pirata informatico Morpheus e della bella Trinity, puo' tentare di scoprire la verita'. Ma non sara' facile. I fratelli Wachowski al loro secondo lungometraggio (dopo Bound, Torbido inganno) fanno centro al box office (solo nelle prime due settimane di programmazione 73 milioni di dollari negli Usa) e dividono il pubblico in due fasce nettamente distinte. Chi ha pi? di trent'anni fatica ad entrare nella "logica" del film. Chi ne ha meno replica: e' la logica del computer. Inserita in un mixer abilmente shakerato di filosofia orientale e arti marziali, di mitologia e di science fiction in cui il percorso che condurra' "oltre lo specchio" vede in Neo (vistoso anagramma di One) la neo-Alice travestita da Ulisse. Chi non ama gli effetti speciali ne trova troppi in questo film. Cinema patchwork quello dei Wachowski? Forse. Ma anche cinema capace di rappresentare un futuro che e' gia' presente nella sua mescolanza (che non ? amalgama) di dati, di esperienza e di cultura lontanissimi tra loro. Con un solo difetto di fondo. L'inevitabile, annunciato seguito di un'opera che dovrebbe invece restare un unicum.



Terminator - James Cameron


USA 1984 - voto 8.5


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Un cyborg, robot di aspetto umano, e' inviato dal 2029 al 1980 per modificare il corso della storia, uccidendo la madre incinta di John Connor, futuro capo della resistenza contro le macchine. Un guerriero, anch'esso venuto dal futuro, la protegge. Specialista di cinema ad alto potenziale metaforico, nel quadro di una fantascienza di contenuti biologici, J. Cameron ha scritto e diretto un film di azione violenta di ritmo infallibile, narrativamente ai confini con il mondo dei fumetti, suggestivo a livello figurativo, strepitoso a quello degli effetti speciali con un A. Schwarzenegger perfetto come androide quasi indistruttibile. Gran Premio al Festival per il film fantastico di Avoriaz e un magro incasso (16 milioni di dollari) sul mercato nordamericano. Scritto dal regista e da Gale Anne Hurd, sua ex moglie.



Shining - Stanley Kubrik


USA 1980 - voto 8.5


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Dal romanzo (1977) di Stephen King: sotto l'influenza malefica dell'Overlook Hotel sulle Montagne Rocciose dove s'? installato come guardiano d'inverno con moglie e figlio, Jack Torrence sprofonda in una progressiva schizofrenica follia che lo spinge a minacciare di morte i suoi cari. Pi? che un film dell'orrore e del terrore, e' un thriller fantastico di parapsicologia che precisa, dopo 2001: odissea nello spazio e Arancia meccanica, la filosofia di S. Kubrick. L'aneddotica di S. King diventa fiaba e rilettura di un mito, di molti miti, da quello di Saturno a quello di Teseo e del Minotauro, per non parlare del tema dell'Edipo. Il prodigioso brio tecnico-espressivo e' al servizio di un discorso sul mondo, sulla societa' e sulla storia. Totalmente pessimista, Kubrick nega e fugge la storia, ma affronta l'utopia riaffermando che le radici del male sono nell'uomo, animale sociale, ma non negando, anzi esaltando, la possibilit? di una riconciliazione futura, attraverso il bambino e il suo shining (luccicanza) e quella di una nuova e diversa concordia. Abbreviato di 4 minuti dallo stesso Kubrick. La durata di 120 minuti ? quella di un'edizione italiana non approvata dal regista-produttore. Ottimo doppiaggio di G. Giannini per J. Nicholson.



Qualcosa e' cambiato - James L. Brooks


USA 1997 - voto 8.5


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In Melvin Udall (J. Nicholson), autore di romanzi sentimentali, la misantropia e' fondata su ossessive turbe maniacali. Le circostanze l'obbligano a prendersi cura del cagnetto di un coinquilino, da lui odiato quasi quanto gli esseri umani, e poi del suo padrone (G. Kinnear), pittore gay ridotto su una sedia a rotelle da un'aggressione. Grazie a loro e a una cameriera di cui s'innamora il misantropo subisce una metamorfosi, cioe' guarisce. Scritta dal regista con Mark Andrus, e' una commedia comico-sentimentale che nella 2parte pigia il pedale del sentimentalismo. Con la voce italiana di Michele Gammino, Nicholson istrioneggia in modo ammirevole o irritante, secondo i gusti, e non si fa rubare la scena nemmeno da un bravissimo cagnetto dagli occhi umani. H. Hunt e' la sua degna complice, non succuba. Un Oscar a Nicholson e uno alla Hunt come migliori attori protagonisti.



Star Trek - Primo contatto - Jonathan Frakes


USA 1996 - voto 8.5


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8? film di un ciclo SF aperto al cinema con Star Trek (1979), generato dalla serie TV di Gene Roddenberry (1966-69), e 2?, dopo Generazioni, con i personaggi della next generation. Il popolo aggressivo dei cyborg Borg retrocede dal 24? secolo al 2063, quando fu stabilito il primo contatto dei terrestri con altri popoli della galassia che diede origine alla Federazione dei Pianeti. Vogliono mandarlo a monte. Quando l'Enterprise li segue, i Borg vi penetrano, cercando di prenderne il controllo. Sconsigliabile a chi non condivide il culto startrekkiano. Apprezzabili con moderazione gli effetti speciali, qualche brivido erotico per le esibizioni della sinistra regina (A. Krige) dei Borg. 1? regia di Frakes.



Star Trek - L'insurrezione - Jonathan Frakes


USA 1999 - voto 8.5


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Ancora un episodio della saga di Star Trek. Un pianeta perfetto che viene parzialmente 'ceduto' dalla Federazione a predoni e traditori. Sempre uguale e sempre diverso come un romanzo Harmony...(MyMovies) - Fin dalle origini della Federazione, la Prima Direttiva e'stata chiara: nessuna spedizione spaziale puo' interferire con il naturale sviluppo di un'altra civilta'. Ma adesso Picard si trova ad affrontare ordini che contraddicono questo principio. Se dovesse obbedire, 600 pacifici abitanti di Ba'ku sarebbero esiliati dal loro straordinario mondo, per il benessere di milioni di altre persone che godrebbero degli effetti della Fonte dell'Eterna Giovinezza presente sul pianeta Ba'ku. Se dovesse disobbedire, il capitano rischierebbe la sua astronave, la sua carriera e la sua vita. Ma per Picard esiste in realta' una sola scelta: ribellarsi e guidare l'insurrezione in difesa di questo piccolo paradiso



Star Trek - Generazioni - David Carson


USA 1994 - voto 8.5


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Nonostante i titoli italiani sembrino vergognarsi di portare il marchio Star Trek, si tratta di un capitolo imperdibile per i cultori della celebre saga televisiva e cinematografica. Anche se la serie The next generation non ? mai riuscita a suscitare le emozioni della sua progenitrice, questa avventura che segna l'incontro (e l'addio?) tra l'ammiraglio James T. Kirk e i suoi successori alla guida dell'astronave Enterprise coniuga comunque la ricchezza di idee degli anni Sessanta alla perfezione degli effetti speciali anni Novanta



Star Trek - La nemesi - Stuart Baird


USA 2002 - voto 8.5


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Sull'Enteprise l'equipaggio sta celebrando le nozze tra Deanna Troi e William Riker. Improvvisa giunge la chiamata della Flotta Stellare che incarica l'Enteprise di recarsi in missione di pace presso i Romulani, nemici storici, dove un colpo di stato ha portato al potere un nuovo imperatore. Le cose in realta' sembrerebbero mettersi al meglio, visto che lo stesso non fa che lanciare proclami di pace. Ma il comandante Picard trovera' ben presto le prove dell'esistenza di un'arma capace di distruggere l'intera Terra. E quel che e' peggio scoprir? la non rassicurante origine dell'usurpatore... Che Star Trek abbia fatto la storia della televisione (e, seppur in parte molto minore, quella del cinema) e' fuori di dubbio. Ma l'ultimo episodio della serie - accolto da un fiasco tanto sonoro da far sospendere anche gli episodi televisivi - e' veramente sconfortante. Poca (e mal girata) azione, dialoghi che si vorrebbero filosofici ma nella migliore delle ipotesi appaiono incomprensibili, scopiazzature dai precedenti titoli (il ben migliore "Star Trek II - l'Ira di Khan") e il colpo basso rappresentato da un androide che invecchia (non bastavano i soldi per il cerone?). E la comparsata di Bryan "I soliti sospetti" e "X- men" Singer - interessa giusto agli appassionati di Trivial



Braveheart - Cuore impavido - Mel Gibson


USA 1995 - voto 8.5


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Nella Scozia del XIII secolo, vessata dagli inglesi, William Wallace (1267-1305), al quale hanno ucciso la moglie, si mette a capo di un gruppo di disperati ribelli, li trasforma in esercito, batte gli inglesi a Stirling (1297), conquista la stima della regina Isabella, prosegue la guerriglia, ? sconfitto a Falkirk (1304), abbandonato dai nobili passati al re Edoardo I finch? ? preso e giustiziato. Idealmente diviso in 3 parti (adolescenza, prime prove di coraggio e dolori di Wallace; le battaglie; i conti con la Storia), ? un filmone epico che punta sullo spettacolo, su grandi temi popolari (la lotta per la libert? e la giustizia), sui luoghi canonici del genere. Vale soprattutto per le battaglie che coniugano i quadri di Paolo Uccello con la tecnologia del cinema moderno. Successo internazionale e 5 Oscar: film, regia, fotografia (John Tull), effetti speciali sonori e trucco. 1700 comparse e interminabili titoli di coda



Letto a tre piazze - Steno


Italia 1960 - voto 8.5


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Peppino ? sposato da 10 anni con Amalia quando arriva Antonio, primo marito di lei, disperso in Russia. Liti a non finire. Tot? e Peppino si contendono l'amore (e il letto) di N. Gray, come primo e secondo marito. La sceneggiatura di Continenza e Steno ? un po' scarsa, ma i due comici rimediano con i loro lazzi



Unbreakable - M. Night Shyamalan


USA 2000 - voto 8.5


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Una chiave thriller e una mistica nel nuovo racconto di Shyamalan, che non poteva non percorrere una strada simile a quella del precedente Sesto senso. Per cominciare Bruce Willis: non ? un fantasma ma l'unico sopravvissuto di un disatro ferroviario. E poi la new entry Samuel L. Jackson nella parte di un uomo malato, fragile non solo nel fisico: secondo lui, il sopravvissuto possiede doti misteriose, e sovrumane. Si tratta di prenderne coscienza. Alla fine i nodi si sciolgono, il sipario si apre e la verit?, insospettabile, emerge. Jackson non era poi cos? fragile. Come sempre accade il numero due non ? all'altezza dell'originale. Qualche buona tensione compromessa da un ritmo troppo lento



Amantes - Amanti - Vicente Aranda


Spagna 1991 - voto 8.5


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Se le telenovelas fossero costruite così bene e soprattutto interpretate ad arte come questo film, il genere salirebbe a qualità superiore. Del regista Aranda in Italia si conosceva solo l'inconsueto Cambio di sesso del 1977, interpretato dalla stessa attrice di Amantes, Victoria Abril. Quest'ultima, bravissima, ha vinto un premio a Berlino grazie al personaggio della signora che affitta una stanza del proprio appartamento. Tra l'altro è stata la stessa fidanzata del ragazzo a portarlo nella "tana della lupa" e si pente ben presto di avere sempre tenuto sulla corda il pretendente. Così, in una sfida con la "signora", offrirà le sue grazie ma la vicenda è destinata a finire in tragedia.



Nuovo Cinema Paradiso - Giuseppe Tornatore


Italia 1988 - voto 8.5


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Salvatore Di Vita, regista affermato a Roma, torna dopo 40 anni nel natio paese siciliano per i funerali del proiezionista Alfredo che gli insegnò ad amare il cinema. Il ricordo del passato lo aiuta a ridefinire il presente. Oscar 1989 per il film straniero e 2° premio a Cannes. È un'elegia sulla morte del cinema in sala nelle cadenze di un melodramma popolare, ma rivisitato con l'ottica scaltra di un cineasta di talento, europeo e, insieme, profondamente siciliano. Tornatore fa un cinema della ridondanza, ma anche di una forza generosa di cui l'anemico cinema italiano degli anni '80 aveva bisogno. L'edizione premiata è frutto del radicale taglio eseguito dal regista con il produttore Franco Cristaldi (fu tolto un blocco di 25 minuti, eliminando il personaggio della Fossey), dopo le prime presentazioni nelle sale. Distribuito all'estero come Cinema Paradiso. 5 premi della British Academy: film straniero, sceneggiatura, Noiret, Cascio, musiche di Ennio e Andrea Morricone



La vita e' un miracolo - Emir Kusturica


Francia 2004 - voto 8.5


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Giancarlo Zappoli: Kusturica racconta la possibilità dell'amore tra diversi anche nel bel mezzo del caos più totale; Bosnia 1992. Luka, ingegnere arrivato da Belgrado in un paesino di montagna con moglie soprano un po' nevrotica e figlio abile calciatore, vede la sua vita mutare rapidamente. Lui e' li' per costruire un tratto di linea ferroviaria ma la guerra scoppia, la moglie se ne va, il figlio viene fatto prigioniero e lui e' richiamato nell'esercito. Per di piu', quando gli viene affidata una giovane prigioniera musulmana se ne innamora. Kusturica e' tornato con tutto il suo bagaglio ipertrofico di immagini, uomini e soprattutto animali. Ma, e questa e' la novita', gli serve nella prima ora della sua nuova opera per tenerlo lontano dal centro del suo narrare: la possibilita' dell'amore tra diversi anche nel bel mezzo del caos piu' totale. Quasi ne avesse paura, rinvia l'appuntamento con i sentimenti e appesantisce il film di una zavorra di 'segni' che poi 'miracolosamente' si rarefanno per lasciare spazio all'umanita' (che e' sempre messa a confronto con il mondo animale). Non teme l'happy end il nuovo Kusturica. E' sempre se stesso (e forse per questo raccoglie meno applausi) ma ha un pregio in piu': sa sperare.



Il club degli imperatori - Michael Hoffman


USA 2002 - voto 8.5


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I politici, che brutta gente. Marco Lombardi: un professore insegna storia in un celebre college americano, forgiando in maniera irreprensibile la futura classe dirigente. Tutto procede secondo gli schemi fin quando arriva in classe il figlio viziato di uns enatore che della scuola se ne frega. Dopo numerosi scontri il professore riesce a coinvolgerlo negli studi, fino a portarlo - non senza irregolarità - alla finale di una celebre gara di storia. Il fanciullo proverà ad imbrogliare, eprdendo. Dopo molti anni, però, diventato importante uomo d'affari, il "rampollo" condizionerà l'elargizione di una donazione per il collega al fatto che quella gara di storia venga rifatta... Nonostante un inizio stile "Attimo fuggente", questo film ha dalla sua il fatto di servirsi delle convenzioni visivo-narrative della più rasserenante commedia americana per raccontare, in parallelo alla storia buonista dei più umili compagni di classe, la ferocia e l'irrecuperabilità del male, che nel film viene associato al mondo della politica. Come se per gli americani non restasse altro che autogovernarsi...Sta in questo dualismo il meglio di un film comunque "nato per piacere".



Le mele di Adamo - Anders Thomas Jensen


Danimarca 2005 - voto 8


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Adam, neonazista appena uscito di prigione, deve trascorrere un periodo di recupero in un vicariato di campagna, sotto la tutela di Padre Ivan, curioso e inquieto parroco protestante. Dovendo indicare un obiettivo finale della sua permanenza, Adam dichiara di voler realizzare una torta di mele con i frutti di un albero che cresce vicino alla chiesa. Commedia nera e grottesca di stampo danese, Le mele di Adamo e' un piccolo film che, sulla base di una storia gracile quanto assurda, utilizza i personaggi di contorno (con Adam ci sono un terrorista islamico, un cleptomane ex campione di tennis, una donna incinta) per suscitare divertimento e riflessioni. Semplicemente una storia diversa per chi si e' stufato di vedere remake e blockbuster dai budget celestiali, ripercorrendo le regole dei dieci comandamenti con rispetto e ironia.



La leggenda del re pescatore - Terry Gilliam


USA 1991 - voto 8


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Sconvolto dalla morte violenta della moglie, un prof. di storia medievale si fa barbone alla deriva e va alla ricerca del Santo Graal tra i grattacieli di New York. L'aiuta un disc-jockey che si sente indirettamente responsabile della sua disgrazia. Storia di amicizia e di amore in cui la commedia si mescola al dramma e al melodramma, il realismo alla fantasia, il sentimentalismo alla violenza, i grattacieli e i bassifondi metropolitani ai castelli e ai cavalieri del Medioevo. Il giusto dosaggio di una materia cos? eterogenea, liberamente tratta dal romanzo (1986) di Anthony (Dymoke) Powell, ? merito di Richard La Gravenese, sceneggiatore esordiente. T. Gilliam ci mette il talento visionario, l'energia narrativa e quel gusto della ridondanza che indebolisce la parte finale con un eccesso di zuccheri emotivi. Un quartetto eccellente d'interpreti tra cui M. Ruehl che vinse 1 Oscar come miglior attrice non protagonista



La sposa turca - Fatih Akin


Germania 2004 - voto 8


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Dopo un tentativo di suicidio Cahit incontra Sibel. Sono entrambi di origine turca ma vivono da molti anni in Germania. Sibel vuole uscire dalla sua famiglia in cui gli uomini comandano e propone a Cahit di sposarla. Lei avr? cos? una copertura per vivere una vita libera anche sul piano sessuale. Ma il ruvido Cahit pian piano se ne innamora. Un bel film tedesco che descrive gli immigrati senza retorica cercando di trovare la verit? nela confusione dei sentimenti che sembra essere diffusa tra tutti gli strati della popolazione ma che trova ulteriori ostacoli quando le tradizioni impongono le loro regole assurde e prevaricatrici.



Il segreto di Vera Drake - Mike Leigh


Gran Bretagna 2004 - voto 8


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Nell'Inghilterra anni '50, Vera Drake (Imelda Staunton) si prodiga per la famiglia, l'anziana madre e persino un vicino di casa malato. Quello che nessuno sa ? che Vera aiuta ragazze ad abortire: una pratica illegale, che la donna compie per altruismo, senza preoccuparsi delle conseguenze. La sua vita cadra' in disgrazia quando viene scoperta dalla polizia. Mike Leigh continua ad esplorare l'universo che a lui ? pi? congeniale: quello dei vinti, degli sconfitti dalla vita. Vera Drake, anche lei 'vinta', si d? da fare per alleviare le sofferenze altrui. E' una donna profondamente buona che finira' in carcere. Leigh dice di voler affrontare la tematica dell'aborto avvalendosi della distanza nel tempo che dovrebbe evitare la polemica. In realta' questo ? un film su un mondo che trascina tristemente la propria esistenza ed in cui, forse per la prima volta, non c'? differenza tra ricchi e poveri. Il disagio esistenziale e' di tutti. La differenza la fa, come al solito, il denaro. Che pero' per Vera non conta. Perch? lei e' un'anima pura.



Le Invasioni barbariche - Denys Arcand


Francia 2003 - voto 8


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Remy e' all'ospedale per una malattia terminale. I suoi cinquant'anni li ha vissuti alla grande, godendo ogni piacere della vita, carnale quanto intellettuale. Ha un'ex moglie, Louise, che gli e' sempre rimasta vicino, e un figlio, S?bastien, con cui non ha mai condiviso nulla. Quest'ultimo, spronato dalla madre in pena, organizza al capezzale del padre una memorabile rimpatriata, tra amici, colleghi, amanti, alunni e tanti altri personaggi. Denis Arcand e' l'indimenticato autore de Il declino dell'Impero americano. A distanza di 15 anni prosegue la sua riflessione su un mondo che cambia rapidamente e lo fa con uno sguardo che mescola la commedia con il dramma avendo sempre ben presente lo sfondo sociale. Il regista canadese osserva in particolare i cugini americani ma lo fa, inevitabilmente, con la consapevolezza del dopo 11 settembre. Ne nasce una riflessione amara sul rapporto tra individuo e societ? priva pero' del cinismo di un LaBute e umanamente ricca grazie anche alla prestazione del protagonista.



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